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Battista Ricchi parla ad una riunione sindacale a Faenza (anni ottanta)

BATTISTA RICCHI, SINDACALISTA, DIRIGENTE DELLE ASSOCIAZIONI CONTADINE E CONSIGLIERE COMUNALE DI MINORANZA A CASTEL BOLOGNESE DURANTE LA PRIMA AMMINISTRAZIONE GUIDATA DA REGINALDO DALPANE

(1956 – 1960)

(Articolo di Roberto Suzzi con un intervento di Antonio Ricchi)

Presentazione

Durante gli studi che ho condotto nel 1980 nell’ambito di una ricerca sulla sinistra castellana del dopoguerra, ho intervistato alcuni uomini che hanno avuto un ruolo nei partiti comunista e socialista, tra questi il 19 febbraio di quell’anno intervistai Battista Ricchi1.

Questa è la sua biografia di sindacalista e politico, redatta sulla base delle informazioni fornitemi dal figlio Antonio. Battista Ricchi era nato a Imola il 11/09/1924, ma quando iniziò a interessarsi di politica e di sindacalismo, abitava alla Serra di Castel Bolognese. La sua è stata una figura storica di rilievo legata soprattutto alle lotte contadine e alla nascita della rappresentanza agricola autonoma della sinistra nel territorio romagnolo.

Nel sindacalismo contadino è stato uno dei protagonisti della transizione dalla militanza nella Camera del Lavoro (CGIL) alla strutturazione dell’Alleanza Nazionale dei Contadini nella provincia di Ravenna.

Operando nel ravennate, territorio dove le lotte bracciantili e mezzadrili negli anni del dopoguerra erano particolarmente intense, Battista Ricchi ha lavorato per dare voce specifica ai mezzadri e ai piccoli affittuari, distinguendo le loro esigenze da quelle dei braccianti. Ricchi è stato uno dei dirigenti dell’Alleanza Nazionale dei Contadini a Ravenna. In questa veste, coordinò le mobilitazioni per la riforma agraria e il superamento della mezzadria, un tema caldissimo nelle campagne romagnole del dopoguerra.

Nella sua carriera di sindacalista ha ricoperto ruoli direttivi di primo piano durante la fase di trasformazione dell’Alleanza in Confederazione Italiana Coltivatori (CIC), avvenuta nel 1977. Il suo impegno è stato fondamentale per radicare l’organizzazione nelle campagne della provincia, rendendo la CIC (poi CIA) un interlocutore imprescindibile per le istituzioni locali.

La sua attività negli anni ’60 si concentrò sui seguenti pilastri fondamentali per la trasformazione delle campagne:

Vertenza sui frutteti: In un periodo di forte innovazione agricola, Ricchi partecipò alla resistenza contro le pretese dei proprietari terrieri che volevano addebitare ai mezzadri il 50% dei costi di impianto dei nuovi frutteti. La sua linea sindacale sosteneva che tali investimenti fossero di natura capitalistica e spettassero interamente alla proprietà;

Unità d’azione: Fu un grande fautore dell’unità tra le diverse anime del mondo agricolo (mezzadri, braccianti e piccoli affittuari). Promosse e partecipò a manifestazioni di massa che vedevano migliaia di famiglie contadine scendere in piazza a Ravenna per chiedere la riforma dei patti agrari e l’applicazione anche in Romagna della Legge De Marzi-Cipolla2;

Transizione al lavoro dipendente: Consapevole della crisi irreversibile del sistema mezzadrile, Ricchi accompagnò politicamente il passaggio di molti mezzadri verso il lavoro salariato nelle cooperative agricole o nell’industria nascente, assicurando che non perdessero i diritti acquisiti durante anni di lotte sul podere.

La sua eredità è legata all’aver contribuito a trasformare una categoria storicamente “subalterna” e legata a vincoli patriarcali in un soggetto politico moderno, capace di trattare da pari a pari con la grande proprietà terriera ravennate.

Sebbene la sua figura sia oggi legata alla CIA, la sua formazione e i suoi primi passi sono avvenuti all’interno del perimetro della Camera del Lavoro di Ravenna. In quel periodo, il sindacato agricolo non era ancora una realtà autonoma di servizi e rappresentanza imprenditoriale, ma una costola del movimento operaio unitario che lottava per il “Patto di Mezzadria” e la sicurezza sul lavoro nelle campagne. Come sindacalista CGIL Battista Ricchi è stato segretario della Camera del lavoro di Castel Bolognese dal 1950 fino al 1955. Nel suo ruolo di segretario di quel sindacato ha curato la pagina dedicata ai problemi dei lavoratori su “La torre” dall’aprile 1954 – anno in cui uscì il primo numero – fino a settembre 1955, quando fu sostituito nell’incarico da Giovanni Zannoni.

Attualmente, la memoria della sua attività e dei documenti legati alle lotte sindacali di quegli anni è conservata presso l’Archivio Storico della CGIL di Ravenna, ospitato dalla Fondazione Casa di Oriani.

La sua esperienza politica la visse a Castel Bolognese, nel cui Consiglio Comunale fu eletto nel 1956. Era uno dei quattro rappresentanti della minoranza di sinistra, insieme a Aureliano Borzatta e Attilio Farolfi, comunisti come lui, e al socialista Sante Tabanelli.

La testimonianza di Battista Ricchi su Castel Bolognese tra il 1956 e il 1960 è importante perché ricostruisce le vicende sindacali della sinistra in anni difficili, a causa della scissione sindacale e del duro scontro con i datori di lavoro per ottenere più occupazione in agricoltura.

Molto interessanti sono i punti in cui parla dei rapporti con la cooperazione, con gli altri sindacati, con l’Amministrazione comunale centrista e soprattutto della vita interna del PCI locale, in cui militava.

La biografia di Battista è completata da uno commosso ricordo di Antonio, l’unico figlio suo e di Maria Tagliaferri, che gestiva prima un negozio di parrucchiera, poi una profumeria a Castel Bolognese.

Sulla lapide del loculo dove Battista, deceduto il 18 febbraio 2004, è sepolto nel cimitero di Castel Bolognese vicino alla moglie Maria, il figlio Antonio ha fatto scrivere una frase che sintetizza l’impegno riformista del padre: “La rinuncia al migliore dei mondi non è la rinuncia ad un mondo migliore”.

Sintesi dell’intervista sul dopoguerra a Castel Bolognese fatta a Battista Ricchi il 19 febbraio 1980

Battista era un mezzadro che coltivava il podere San Vitale situato alla Serra, frazione collinare di Castel Bolognese. Il proprietario del podere era un fascista che non faceva investimenti sul podere. La sua azione a difesa degli interessi dei contadini non passò inosservata al parroco della Serra che lo denunciò al proprietario come iscritto al partito comunista, con lo scopo di farlo cacciare dal podere, senza tuttavia riuscirci.

Battista Ricchi entrò nel partito comunista nel maggio del 1945. Aveva maturato l’adesione al PCI già durante gli anni precedenti, essendo antifascista e, per questo, era costretto a nascondersi perché ricercato dai fascisti. Di quel tempo ricorda gli incontri con Luigi Baldrati, uno dei tre capi politici della Resistenza a Castel Bolognese, ed altri compagni. Entrò presto nel Direttivo del PCI castellano. Tra i suoi componenti ricorda Sebastiano Ravaioli, detto Nino, e Francesco Tonini. Nel Direttivo si occupava del settore agricolo.

Nel 1950 ebbe l’incarico di Segretario della locale Camera del Lavoro (CdL). Si diede da fare per riorganizzare le categorie dopo la scissione sindacale avvenuta due anni prima, ad opera della DC e del mondo cattolico. I lavoratori che aderirono alla Libera CGIL, il sindacato cattolico, non erano più di una cinquantina, mentre la CdL CGIL ne organizzava più di 1200. In quegli anni Castel Bolognese era un paese agricolo e nelle campagne il sindacato lottava per la ristrutturazione delle case danneggiate dal passaggio del fronte e chiedeva che i proprietari si assumessero il 70% della spesa per il ripristino del bestiame razziato dai tedeschi. Erano anni in cui il problema principale era la lotta alla disoccupazione, da combattersi ottenendo lavori pubblici e lavori di miglioria dei poderi. Tra i momenti di lotta più importanti vi erano la trebbiatura e la raccolta dell’uva, per i quali la CdL imponeva la realizzazione di turni per far lavorare tutti i braccianti locali a discapito di quelli che non abitavano a Castello.

Nelle campagne era importante avere buoni rapporti con la Cooperativa agricola braccianti, il Collettivo, come era chiamata, e la CdL ce li aveva, anche se questa cooperativa coltivava un terreno distante dal paese. I braccianti che vi aderivano erano piuttosto anziani ma percepivano tariffe sindacali più elevate rispetto alla media provinciale. Il Collettivo si sciolse alla fine degli anni cinquanta.

La Camera del Lavoro non aveva particolari rapporti con le altre cooperative presenti in paese, anche se la cooperazione non è mai stata forte a Castel Bolognese.

A proposito del rapporto col partito, Battista sottolineava che il sindacato non contava molto al suo interno.

Quanto al rapporto con l’Amministrazione comunale, la Camera del lavoro ne cercava il supporto, cosa che avvenne durante l’Amministrazione Nenni, ma cessò con la gestione del Commissario prefettizio, che considerava i sindacati dei rompiscatole e fu praticamente nullo con le successive amministrazioni Biffi e Dal Pane. Quest’ultimo aveva una buona conoscenza dei problemi dei lavoratori della terra, essendo anche lui contadino, ma la sua azione era condizionata dalla destra democristiana. La CGIL si recava a discutere i problemi dei lavoratori in municipio insieme alla CISL.

I rapporti con i socialisti erano positivi, anche perché Nicola Nenni, leader del Collettivo, era nel Direttivo della Camera del Lavoro.

Un momento critico nella vita del partito comunista fu rappresentato dalla pubblicazione del rapporto Krusciov sulle malefatte di Stalin. Battista, come molti altri ne fu sorpreso, perché per la maggior parte della base comunista Stalin rappresentava un mito positivo, pur avendo compiuto errori.

Non gli risultavano grandi cambiamenti nella leadership castellana dopo il 1956; piuttosto, a suo parere, il PCI ha compiuto errori nei confronti dei giovani a partire dalle lotte studentesche del 1968, perché non ha cercato un rapporto con i militanti della nuova sinistra. Questi giovani andavano ascoltati, non isolati, pur confrontandosi anche duramente con loro.

Mio padre, un sindacalista

Mio babbo si chiamava Battista e faceva il sindacalista. Un mestiere difficile perché dovevi mettere insieme interessi e persone che non andavano d’accordo, fare la faccia cattiva a braccio di ferro con la stessa mano che sapevi, alla fine, avresti dovuto stringere, raccogliere e mantenere la fiducia delle persone alle quali ti rivolgevi, e così rischiavi di scontentare tutti.

Si occupava dei mezzadri. Il mezzadro è un coltivatore che riceve da un proprietario di

terreni un podere sul quale si installa con la famiglia per lavorarlo, dividendo (normalmente a metà, da cui il termine mezzadria) i prodotti e gli utili.

Si trattava di un rapporto produttivo inquadrato nel sistema feudale, risalente dal medioevo e che permetteva al mezzadro di avere una abitazione insieme alla propria famiglia, mentre garantiva al proprietario del fondo una sicura rendita, senza bisogno di grandi investimenti. Più avanti negli anni ho appreso che la famiglia mezzadrile è considerata uno degli esempi più caratteristici di famiglia multipla a carattere patriarcale. La sua organizzazione interna, le relazioni fra i suoi diversi membri, è rimasta inalterata dall’origine fino alla sua definitiva scomparsa. L’Azdór deteneva il potere decisionale assoluto sulla gestione del podere e sulle finanze familiari. La controparte femminile, l’Azdóra, gestiva l’economia domestica, l’orto e la bassa corte (animali da cortile), ma rimaneva subordinata all’autorità maschile nelle scelte importanti.

Solo la discendenza maschile che formava una nuova famiglia rimaneva sotto lo stesso tetto, quella femminile andava nella casa del marito. Ovviamente l’obiettivo di chi tutelava gli interessi dei mezzadri, tra cui mio babbo, era il superamento di questa formula e la trasformazione dei contratti di mezzadria in affitti a coltivatore diretto, che è come dire un piccolo imprenditore agricolo autonomo.

Questo passaggio storico si completò a tappe fino al 1982, ma qui stiamo parlando degli anni ‘60, anni di lotte e di rivendicazioni e di scontri duri, anni difficili in cui c’era stato il Governo Tambroni, l’unità sindacale era già frantumata, si formavano “Comitati per la terra”, anni in cui si organizzano assemblee, riunioni e congressi e poi ancora manifestazioni con arresti, mentre si elaboravano “Capitolati di mezzadria” e di revisione dei patti agrari (richiesta di una quota superiore al 50%) e contro il “diritto di ripresa” del padrone, ovvero la possibilità di licenziare la famiglia mezzadrile dal podere.

La frase più ripetuta, in quel periodo, era “la terra a chi la lavora”.

In quegli anni un sindacalista non aveva orari, non aveva passatempi, tutti i giorni erano buoni perché in ogni momento poteva succedere qualcosa da qualche parte. Un mestiere difficile – dicevo – quello del sindacalista, che ti rimane attaccato addosso e che ti circola dentro insieme al sangue e fai fatica a smettere davvero. Più una missione che un mestiere. Ne sapeva qualcosa perché proveniva a sua volta da una famiglia di agricoltori, dei cinque fratelli gli altri due maschi avevano continuato a coltivare un podere e le due femmine erano andate spose ad altrettanti agricoltori, entrambe alla Serra. Lui era l’unico ad avere cambiato mestiere. La sola passione che aveva mantenuto è stata quella della caccia, ogni tanto andava in battuta con gli altri fratelli e non sempre tornava con una lepre o un fagiano, ma andava bene lo stesso. E babbo era proprio così: sempre impegnato, tanto che nel 1965, a 41 anni, sarebbe diventato Capolega dei mezzadri a Faenza; sempre fuori di casa, e anche quando era dentro, non riusciva a togliersi l’abito serio e l’espressione corrucciata.

Di corporatura normale era ben piantato sulle gambe, i capelli neri e lisci cominciavano a diradarsi, ci teneva a presentarsi decorosamente, e più di ogni altra cosa aveva a cuore l’onestà, quella morale, certo, ma più ancora quella materiale. “Devi dare l’esempio perché è l’esempio che gli altri guardano” – mi ripeteva. Più propenso all’insofferenza che alla pazienza, fumava spesso e pesante (di sigarette col filtro nemmeno a parlarne) e non potendo prendersela con chi non era presente, si trovava a sacramentare nel dialetto familiare, direttamente col Padreterno, che di sicuro avrebbe preso nota e, in un modo o nell’altro, avrebbe provveduto a modo suo.

Ma intanto, nel 1962, vivevamo in due stanze più il gabinetto, che era una turca all’altro capo del terrazzo, all’ultimo piano di Palazzo Ginnasi, “il Palazzo dei comunisti”, dove al piano terra c’era un circolo ricreativo, “il bar dei comunisti”, nel primo piano il cinema Centrale, “il cinema dei comunisti”, poi la sede e i depositi del partito Comunista, proprietario del Palazzo, e delle associazioni fiancheggiatici.

Mentre mio babbo era impegnato inconsapevolmente a stroncare il feudalesimo e a superare il patriarcato, io avevo nove anni, mi aggiravo con i pantaloncini corti sulle

gambette ossute, giocavo a “marelle” tra le macerie di quella che poi è diventata l’attività di Termoidraulica Ballardini, sognavo di pescare la figurina di Sivori e nella grande terrazza di casa, che si sviluppava lungo i lati nord e ovest del Palazzo, giocavo alla guerra con i “quercini”, i tappi a corona delle bibite che trovavo in abbondanza nelle cassette del “vetro a rendere”, al bar giù di sotto. Ogni tanto babbo e mamma mi portavano al cinema e il più delle volte mi addormentavo e dovevano portarmi su in braccio.

Ma quel 1962 era anche l’anno in cui una fiammella continuava a risplendere: era la fiducia per il futuro. Roba grossa. La fiducia per il futuro è quella spinta che ti porta ad andare sempre avanti, a pensare che il domani potrà essere migliore, che dipende da te, da loro, da noi, ma che sta già venendoti incontro. Però devi darti da fare.

Siamo in pieno boom economico (io non ero ancora un “boomer”, ma lo sarei diventato qualche decennio dopo), è avviato il governo di centro-sinistra, la scuola media diventa obbligatoria, cominciano le prime timide riforme, l’Italia passa da paese agricolo a potenza industriale, pur nella consapevolezza delle disparità sociali e geografiche ancora da colmare, tra forti disuguaglianze e tensioni sociali.

E poi… il 1962 è anche l’anno in cui il mondo intero si rilassa un po’ e legge, e ripete questa parola: “coesistenza pacifica”, e immagina un’altra spinta verso un futuro migliore. Il mondo dopo la guerra mondiale era diviso in due blocchi ottusi, sordi e ostili l’uno all’altro, ma da qualche anno in qua si stava srotolando lo stendardo della “distensione”, in cui i due draghi armati, comunismo e capitalismo, sembravano tollerarsi a vicenda e cominciano a competere senza necessariamente distruggersi. Successe che in Russia Nikita Chruščëv (Krusciov) era subentrato a Stalin nel 1953, aveva denunciato pubblicamente il culto della personalità e i crimini di Stalin, era andato in visita in America nel 1959 e pochi mesi prima aveva ospitato il vicepresidente Nixon in vacanza diplomatica. Certo, qualcuno dietro la “cortina di ferro” aveva recepito alla lettera il concetto di “coesistenza pacifica” tanto che nel 1956 ci fu l’invasione e la repressione nel sangue, con gli stessi metodi stalinisti dell’Ungheria, che metteva in discussione l’egemonia sovietica; certo, era stato alzato il “Muro di Berlino”; certo, in ottobre ci sarebbe stata la crisi per i missili di Cuba; certo… ma era aperta anche una competizione a produrre benessere. E non crediate che sia stata una cosa assurda e di poco conto, perché la competizione si sviluppò nel campo più tecnologicamente avanzato per l’epoca: la corsa nello spazio. E l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche aveva già da qualche anno la supremazia nello spazio: il primo satellite artificiale, nel 1957, era russo, lo Sputnik 1, solo l’anno dopo ci fu l’Explorer USA; il primo essere vivente in orbita fu russo, la cagnetta Laika; nel 1961 fu la volta del primo uomo in orbita nello spazio, Gagarin, anche qui gli USA arrivarono secondi, un mese dopo.

All’epoca era attiva l’Associazione Italia-URSS, che organizzava scambi culturali, scientifici ed economici tra i due Paesi, promuovendo la collaborazione e la conoscenza della cultura russa e sovietica tramite eventi, mostre, corsi di lingua e … viaggi e delegazioni.

Fu così che mio babbo, con una delegazione composta da sindacalisti e uomini di Partito, alla fine di aprile del 1962 prese il volo verso “la Patria dei lavoratori”, il luogo in cui la democrazia popolare era stata realizzata, o perlomeno era in via di realizzazione. Tornò dopo una decina di giorni, portando negli occhi e nelle parole l’entusiasmo per l’esperienza vissuta: lo sentivo esaltare i progetti del piano quinquennale sovietico, la costruzione di migliaia e migliaia di alloggi nuovi per le famiglie, lo sforzo industriale di modernizzazione, l’ordine e la disciplina del popolo russo nel fare la fila per gli acquisti, la pulizia delle strade, l’efficienza dei trasporti pubblici, la bellezza e la modernità delle metropolitane di Mosca e San Pietroburgo (che all’epoca si chiamava Leningrado). Provò anche a smettere di fumare. E non era tornato a mani vuote: oltre agli album illustrati con foto a colori dei luoghi significativi di Mosca e Leningrado, mise in bella mostra sul comodino un soprammobile in metallo e plastica brunita che rappresentava la Terra con intorno all’orbita lo Sputnik, poi mi regalò una busta con una serie di francobolli commemorativi dello Sputnik, della cagnetta Laika e di Gagarin; infine un binocolo da teatro in bachelite bianca 2x.

Non so dire se quell’esperienza fosse stata per lui la prova che il migliore dei mondi esistesse, non so nemmeno per quanto tempo potrebbe averlo pensato, ma so che in quei primi giorni di ritorno dalla “patria del socialismo”, qualcosa di semplice e infantile si era manifestato in lui, una consapevolezza, o una delicata presunzione di essere dalla parte giusta della Storia, quella che segna il passo dell’umanità verso il futuro, un futuro che in quei giorni poteva guardare negli occhi col sorriso del bambino che non riesco ad immaginare fosse stato prima.

Comunque questa sospensione dell’ansia non durò molto. Ricominciò a fumare come prima, il sangue tornava a mettere in circolo le tensioni di ogni giorno e non vidi più quel sorriso che riconoscevo come il mio. E anche il mondo si fece più scuro: pochi mesi dopo ci fu la crisi dei missili a Cuba, i Piani quinquennali non andavano poi così bene, due anni dopo Chruščëv venne sostituito con Brezhnev, dal “disgelo” la Russia passò alla “stagnazione”, con una politica più conservatrice, il rafforzamento della burocrazia, la repressione interna ed esterna e la fine della destalinizzazione attiva. Dalla “distensione” si passò alla “sovranità limitata” e nel 1968 ci fu l’invasione della Cecoslovacchia, tanto per ribadire il concetto.

Ecco, se c’è stato un periodo in cui la prospettiva di costruire “il migliore dei mondi” è definitivamente crollata, è stato quello che è venuto dopo il 1962. Non posso giurarlo, ma sono sicuro che dopo queste esperienze mio babbo abbia avuto la piena consapevolezza che da quel momento si poteva costruire solo, (e scusa se è poco) un mondo migliore. Nessuna rivoluzione, nessuna presa del potere, nessun ideale, per quanto spacciato per perfetto o giusto, avrebbe potuto essere più efficace di tanti piccoli e grandi passi a seconda delle circostanze, giorno dopo giorno, anno dopo anno, riforma su riforma, e ogni volta quello che ne viene fuori è un po’ meglio di come era prima.

Quanto a me, a nove anni “il migliore dei mondi” che potevo sperare era quello in cui avrei pescato la figurina di Sivori ma siccome questo non accadeva, la mia paura era che forse Dio se la stava prendendo con me per via dei brutti dialoghi con mio babbo e che forse era meglio dedicarmi alla raccolta dei francobolli, che conservo ancora.

E poi cominciai a guardare il cielo col binocolo da teatro, imparai a identificare il Piccolo e il Grande Carro, Andromeda, Vega e qualcuna delle principali stelle. Immaginavo di riuscire ad incontrare lo Sputnik, oppure qualunque altro razzo lanciato di nascosto da uno o l’altro dei contendenti per la supremazia nello spazio; in quei giorni di maggio bucavo col 2x le più belle e nitide Via Lattea che avessi mai visto (l’ultimo piano del Palazzo era isolato e l’inquinamento luminoso in quegli anni era ininfluente). Ma anche questo non durò molto. Eravamo alla fine di maggio e le prime giostre col calcinculo e i tirassegno stavano già cominciando ad attrezzarsi nel prato della Filippina per la Pentecoste. L’anno dopo avrei fatto la Prima comunione e la Cresima, forse c’era una possibilità di fare pace con Dio.

Non ho mai trovato la figurina con Sivori3.

Antonio Ricchi

 

1 Cfr. R.SUZZI, Alcune riflessioni sulla sinistra castellana nel dopoguerra (1945-1956), in AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI CASTELBOLOGNESE, Associazioni e personaggi nella storia di Castelbolognese, Imola, Grafiche Galeati, 1980, pp. 31-37.
2 La legge De Marzi-Cipolla (1971) ha rivoluzionato l’economia agro-pastorale imponendo l’equo canone sui pascoli, riducendo drasticamente gli affitti. Questo provvedimento ha spinto i latifondisti a vendere, trasformando i pastori da affittuari a piccoli proprietari imprenditori. La legge suscitò un grande e rinnovato movimento contadino al quale si contrapporrà la reazione neofascista dei grandi proprietari che sosteneva la crescita elettorale del Movimento sociale (MSI).

Punti chiave della legge:
• Equo Canone:
Ha abbassato i costi di affitto dei terreni agricoli, incidendo profondamente sui rapporti economici esistenti.
• Riforma della Proprietà:
Ha incentivato il passaggio della proprietà terriera dai grandi latifondisti ai pastori e coltivatori diretti.
• Impatto Sociale: Ha favorito una parziale democratizzazione della proprietà terriera, agendo da catalizzatore per lo sviluppo dell’imprenditoria locale, sebbene seguita da una successiva crisi del settore.
3 La figurina con Omar Sivori, campione argentino, che ha giocato nel campionato italiano negli anni sessanta, era estremamente ambita dai collezionisti di figurine di calciatori della raccolta venduta dalla ditta Panini, perché molto rara.


Battista Ricchi (secondo da destra nella prima fila) al IV Congresso nazionale della Federmezzadri (Modena 25-29 gennaio 1956)
Battista Ricchi (secondo da destra nella seconda fila) con altri rappresentanti sindacali ad una manifestazione pubblica (anni cinquanta)
Battista Ricchi è il secondo da sinistra nella prima fila
Battista Ricchi parla al 4^ Congresso dell’Alleanza Contadini di Faenza in preparazione del Congresso nazionale dell’associazione (13 gennaio 1973)
Battista Ricchi parla ad una riunione sindacale a Faenza (anni ottanta)

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