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AURELIANO BORZATTA POLITICO.

DIRIGENTE COMUNISTA E CONSIGLIERE COMUNALE DI CASTEL BOLOGNESE DAL 1956 AL 1980

(Articolo di Roberto Suzzi con un’intervista a Giancarlo – Jader – Dardi)

Presentazione

Durante gli studi che ho condotto nel 1980 nell’ambito di una ricerca sulla sinistra castellana del dopoguerra, ho intervistato alcuni uomini che hanno avuto un ruolo nei partiti comunista e socialista, tra questi il 15 febbraio di quell’anno intervistai Aureliano Borzatta, allora cinquantaquattrenne1.

Aureliano è nato il 20 dicembre 1925, ha frequentato l’Istituto “Alberghetti” di Imola, una famosa scuola tecnica, dove ha appreso le nozioni di meccanica che ha messo a frutto nella sua esperienza lavorativa. Durante il passaggio del fronte nel 1944 ha fatto parte del primo nucleo della squadra dei portaferiti guidata da Pierino Moschetti. Dopo la tragica morte di quest’ultimo e di quella di Antonio Donati, avvenute il 15 dicembre 1944, ha abbandonato la squadra.2 Di orientamento antifascista, a vent’anni nel 1945 aderisce al PCI castellano. Dal 1953 al 1954 diviene segretario della locale federazione giovanile del partito (FGCI). Pare fosse un giovane piuttosto vivace, amante delle moto e della velocità, come ci racconta Paolo Grandi nel pezzo Pinto su Pinto dal motore spinto …, pubblicato nel suo libro dedicato a fatti e personaggi di Castel Bolognese.3 Dal 1956 al 1961 riveste la carica di segretario del PCI castellano. Nell’aprile del 1954 vede la luce il primo numero de “La torre”, Mensile della Giunta d’intesa socialcomunista, di cui è direttore responsabile fino al numero di novembre-dicembre 1956. Dopo la rottura dell’unità d’azione tra PCI e PSI il giornale, come Periodico cittadino, riprende le pubblicazioni nel maggio 1960 e le cessa nel luglio 1965, sempre sotto la direzione di Borzatta. Sono suoi gli articoli di commento delle vicende politiche nazionali e dei più rilevanti problemi locali. Memorabili le polemiche tra lui e Reginaldo Dal Pane, allora Sindaco di Castel Bolognese, di cui il giornale riporta gli articoli scritti da Borzatta. Nel 1961 viene sostituito alla segreteria del partito da Nino Monti. Da quel momento dedica le sue maggiori energie alla cooperativa COMA, di cui al tempo dell’intervista era direttore.

Aureliano Borzatta è stato il leader del partito comunista negli anni dell’opposizione alle amministrazioni comunali centriste guidate da Reginaldo Dal Pane, poi sostituito in questo ruolo da Nino Monti prima e successivamente da Franco Gaglio.

Come descritto bene da Giancarlo (Jader) Dardi nell’intervista che gli ho fatto, Borzatta è una figura importante sia all’interno del suo partito sia per l’area della sinistra castellana; un dirigente di specchiata onestà, dotato di fine intelligenza politica.

Il mio giudizio su Aureliano in parte si discosta da quello espresso da Jader Dardi, una diversa valutazione probabilmente dovuta al fatto che lui lo ha conosciuto per un periodo molto più lungo rispetto breve periodo in cui l’ho frequentato io. Un tempo in cui stava ormai ritirandosi dalla politica attiva ed era abbastanza critico su alcune delle scelte politiche del PCI.

Per essere più preciso, ho conosciuto Borzatta nel 1979, quando iniziai la mia esperienza lavorativa al Comune di Castel Bolognese. Delle nostre lunghe e appassionate discussioni di allora mi resta il ricordo di un uomo capace di approfondite riflessioni politiche, ancora saldamente fermo negli ideali di giustizia sociale e libertà in cui aveva sempre creduto.

Ci ha lasciato nel mese di dicembre 2009, ucciso, insieme alla compagna, da un malaugurato incidente domestico.

Per ricordarlo, oltre alle interviste mia e di Dardi, riporto due suoi articoli pubblicati su “La torre” di novembre-dicembre 1960 di commento dei risultati delle elezioni comunali del 6 novembre 1960 che diedero la vittoria alla coalizione centrista formata dalla DC, dal PRI e dal PSDI e rappresentata dal simbolo di Romagna Libera, sulla coalizione formata dal PCI, dal PSI e indipendenti per soli 65 voti. Nel primo articolo (Dopo il 6 novembre. Situazione e prospettive), non firmato, ma attribuibile a Borzatta, considerato lo stile con cui è scritto, si analizzano le prospettive della coalizione progressista, considerato il fatto che tra i 4 rappresentanti che la legge elettorale maggioritaria allora applicabile a Castel Bolognese assegnava alla lista arrivata seconda alle elezioni non vi erano membri del PSI. Nel secondo (A proposito di illegibilità. Democratici a parole), firmato, polemizza con la maggioranza consigliare che aveva la pretesa di inserirsi nelle scelte dei rappresentanti della minoranza, allo scopo di separare i socialisti dai comunisti.

Sintesi dell’intervista sul dopoguerra a Castel Bolognese fatta a Aureliano Borzatta il 15 febbraio 1980

L’intervista affrontò diversi temi, a cominciare dal giudizio sul PCI dell’immediato dopoguerra, che lui definiva un partito “chiesa” con il segretario nel ruolo del “prete”.4 Un partito in cui prevaleva un moralismo spinto fino al paradosso. Ricordava in proposito che quando ne era segretario era criticato perché non si fermava a chiacchierare con i compagni che incontrava casualmente, ma li salutava frettolosamente. Su questo aspetto l’intervista di Jader Dardi dice di più. Secondo Aureliano Pietro Costa era l’esponente più autorevole della linea moralista. Costa pretendeva che il comportamento dei compagni fosse irreprensibile, mentre i comportamenti dei giovani militanti non sempre rispondevano ai valori morali da lui predicati, essendo simili a quelli dei coetanei, anche se con convinzioni politiche salde come quelle degli anziani. Per tutti c’era l’aspettativa della costruzione del socialismo, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Anche tra gli adulti purtroppo non tutti i compagni avevano comportamenti irreprensibili: c’era chi giocava d’azzardo e chi faceva il donnaiolo, con conseguenti conflitti personali che, a volte, avevano riflessi negativi nel partito.

Fino al rapporto Krusciov sui crimini di Stalin una parte consistente dei militanti anziani era stalinista. Tra questi ricordava che la figura di maggior prestigio era Giovanni Collina, dirigente della Resistenza a Castel Bolognese, e Assessore Delegato nella prima amministrazione eletta nel 1946 e guidata dal socialista Nicola Nenni. A proposito di quegli anni ricordava che quando fu pubblicato il rapporto Krusciov da “Il resto del carlino” molti comunisti pensarono fosse falso, frutto di una provocazione ordita dai partiti conservatori. Quando invece si seppe che quel documento era autentico anche i compagni castellani presero progressivamente atto che il socialismo dell’Unione sovietica era funzionale agli interessi della sola URSS e non a quelli degli altri popoli che aspiravano alla costruzione di un sistema sociale giusto ed equo. Vi fu allora nel partito locale un grande dibattito sul socialismo, stimolato anche dalla direzione nazionale e provinciale del PCI. Un dibattito acceso che portò alla riabilitazione di compagni prima emarginati per le loro posizioni antistaliniste. Non vi furono tuttavia espulsioni dal partito ed i compagni un tempo più vicini alle posizioni staliniste restarono.

Un grande dibattito vi fu anche quando giunse la notizia dell’invasione dell’Ungheria nell’autunno del 1956 da parte delle truppe dell’unione sovietica. Una settantina di iscritti al partito partecipò a quel dibattito. Borzatta scrisse un articolo di commento su “La torre” in cui esprimeva rammarico per le vicende ungheresi che attribuiva a gravi errori commessi dal partito comunista di quel paese e a trame fasciste.5 La principale conseguenza politica per l’Italia dell’invasione dell’Ungheria da parte dell’URSS fu la rottura dell’unità d’azione con il PSI.

A proposito delle vicende castellane del dopoguerra, Borzatta riferiva che negli anni cinquanta alla vecchia guardia, formata da Costa e Collina, si affiancò una nuova leva di giovani nella guida del partito locale. In quegli anni il partito si riprese dopo la crisi seguita alla caduta dell’amministrazione socialcomunista nel maggio 1949. In particolare fu la lotta contro la cosiddetta legge truffa del 1953 a ridare vigore all’iniziativa del PCI.

Il rapporto con i socialisti era positivo prima dell’avvento del centro sinistra, tuttavia ai socialisti mancava un leader dello spessore di Tommaso Morini, passato nel gennaio 1947 al partito scissionista fondato da Saragat. Costui era stimato anche dai comunisti e, dopo l’esperienza della giunta Biffi (1951-1956), si riavvicinò ai socialcomunisti, con i quali condivise la battaglia sulle opere pie e sulla gestione dell’ospedale. Tuttavia Morini non volle entrare nella lista socialcomunista in occasione delle elezioni del 1956, preferendo la corsa in solitaria come PSDI, fatto questo che consentì la vittoria di Romagna Libera e l’assenza di rappresentanti socialdemocratici nel Consiglio comunale. Purtroppo il PSI locale soffrì molto la scissione socialdemocratica e il suo elettorato dopo il 1948 si ridusse a vantaggio dei partiti centristi, fino a toccare il punto più basso nelle elezioni comunali del 1960, in cui furono molti i socialisti che votarono scheda bianca, piuttosto che votare per la lista socialcomunista.

Dagli anni cinquanta alla metà degli anni sessanta il rapporto con l’amministrazione comunale fu caratterizzato dalla contrapposizione frontale. Il dialogo con il Sindaco Dal Pane era impossibile, perché lui era arrogante e anticomunista. Gli riconosceva tuttavia la capacità di saper trattare con i contadini.

Quanto ai rapporti con l’associazionismo di sinistra, Borzatta ricordava che con la CGIL locale il partito ebbe sempre rapporti positivi, soprattutto quando la Camera del lavoro era diretta da Giovanni Zannoni.

Anche con l’UDI (Unione Donne Italiane) vi erano rapporti stretti. Quest’associazione aveva molte iscritte a Castello e faceva iniziative, comprese feste da ballo, per raccogliere fondi per i bisognosi e per finalità sociali. Il partito era però in mano ai maschi: c’erano pochissime donne nel Comitato direttivo e nessuna in Segreteria. Ricordava poi conflitti tra le donne iscritte al sindacato e l’UDI che portarono all’uscita da questa organizzazione, tra le altre, della maestra Amabilia Cambiucci che godeva di una grande considerazione in paese.6

Un limite del PCI locale nel dopoguerra era la difficoltà che aveva ad avvicinare figure intellettuali. I pochi che si erano avvicinati nel dopoguerra, dopo il 1948 passarono alla parte avversa alle sinistre. Tra gli intellettuali che restarono con la sinistra ricordava l’ingegner Bassi, che fu candidato come indipendente nella lista socialcomunista alle elezioni del 1960. Fu eletto, avendo ottenuto moltissime preferenze, ma si dimise per una vertenza che aveva con il Comune da prima delle elezioni, dalla quale non volle recedere.

Tra le principali iniziative di propaganda organizzate dal partito vi erano le feste dell’Unità. In quell’occasione i militanti si impegnavano tantissimo. Ricordava in particolare il successo di pubblico della festa del 1954, organizzata nel prato della Filippina, il cui uso fu consentito al partito dal proprietario, il dott. Sangiorgi, perché l’amministrazione Biffi non aveva concesso l’utilizzo del campo sportivo a questo scopo.

Infine Borzatta ricordava che molto tempo era speso dai dirigenti a risolvere i problemi di gestione di palazzo Ginnasi, sede del partito, per cui servivano sempre soldi e si faticava a trovarli, essendo i compagni iscritti in gran parte poveri. A questo fine si istituì un’apposita commissione per la gestione del palazzo.7

Intervista a Giancarlo (Jader) Dardi sul ruolo di Aurelano Borzatta nel PCI castellano, fatta il 28 luglio 2026

Tra le persone viventi, impegnate in politica fin dalla giovane età a Castel Bolognese, in ruoli dirigenti, Giancarlo (Jader) Dardi è sicuramente la figura giusta per aiutarci a meglio definire il profilo ed il ruolo politico esercitato da Aureliano Borzatta nel partito comunista castellano.

A Jader ho posto alcune domande su questa figura importante del comunismo castellano e lui non si è sottratto alle mie richieste, come si avrà modo di verificare dalla lettura dell’intervista riportata di seguito che ha il pregio di raccontare uno spaccato della dialettica interna al PCI locale e anche di definire aspetti del carattere dei suoi dirigenti.

1) Quando hai conosciuto Aureliano Borzatta?

Sono cresciuto in quello che veniva chiamato il “Circolo dei Comunisti” (il cral Enal Michele Barnabè) che era situato all’interno di Palazzo Ginnasi, l’edificio di proprietà del Partito Comunista ed in cui aveva sede la sezione del PCI di Castel Bolognese. Il circolo era gestito dai miei genitori ed era il luogo frequentato dai dirigenti, dagli iscritti, dai simpatizzanti del PCI e della sinistra castellana.

Ho conosciuto così Aureliano Borzatta, che nel 1956, quando i miei genitori presero la gestione del circolo, veniva eletto Segretario del PCI di Castel Bolognese, con lui e come con tutto il gruppo dirigente di allora del PCI, ci sono cresciuto assieme, io allora avevo poco più di due anni, ma sono effettivamente cresciuto in quell’ambiente, imparando a conoscere le persone adulte che ho frequentato fin da bambino.

Gli anni dal 1956 al 1961 sono caratterizzati dalla sconfitta alle elezioni amministrative anche in seguito alla vicenda delle irregolarità amministrative, della vendita degli scarti d’archivio comunale e della “cospirazione” che aveva portato di fatto a colpevolizzare la Giunta Comunale di sinistra in merito a vicende amministrative che avevano segnato in negativo il rapporto con l’elettorato castellano. A fronte di una sconfitta, è inevitabile, si acuiscono le tensioni all’interno di un gruppo dirigente che si presentava in parte decapitato dalla vicenda amministrativa, ma c’era, verso Aureliano, anche un tema che ho colto nei commenti, legato al suo carattere ed alle relazioni che aveva costruito nel tempo con gli altri componenti del gruppo dirigente.

La sua segreteria coincide di fatto anche con la costituzione e l’avvio dell’esperienza imprenditoriale della Cooperativa COMA (Cooperativa Meccanici Affini) che aveva sede in un piccolo capannone, dove attualmente c’è il negozio di pasta fresca, poi si ampliò comprendendo anche l’attuale negozio di ottica e via via crescendo nel tempo. Aureliano Borzatta si trovava diviso nella esperienza di guida della Sezione del PCI, ma allo stesso tempo anche di promotore e socio fondatore della COMA, impresa metalmeccanica che nel giro di poco tempo diede buoni risultati, diventando via via una realtà economica nel nuovo panorama produttivo di Castel Bolognese. In quegli anni siamo nel pieno della ricostruzione del paese che la guerra aveva quasi completamente distrutto, si avvicinano gli anni del boom economico e per Castel Bolognese si comincia a delineare l’insediamento economico che ne caratterizza ancora oggi l’asse principale del suo polo produttivo.

Un gruppo di imprenditori di famiglie castellane decide di costituire la Cerdomus, il primo insediamento ceramico, poi la Eurocolor, così come l’insediamento calzaturiero che per molti anni ha caratterizzato l’economia castellana.

Aureliano si trova nel suo impegno lavorativo a confrontarsi con questo cambiamento, da una parte nel ruolo di dirigente politico e dall’altra come imprenditore cooperativo. Si tratta, sia ben chiaro, di una considerazione personale, ma facile da fare, tenendo conto del clima che si respirava in quel momento e che ancora ricordo pur essendo io allora ancora un bambino.

Ho vivo il ricordo di quando, diverse volte, mi era capitato di accompagnare mio padre alla Coma da Aureliano – anche la sera dopo cena – per avere un confronto con lui che allora era il Segretario del PCI, ed era impegnato fino a tardi nel lavoro in officina, con lui c’erano anche altri componenti del gruppo dirigente. 

Penso che anche questo impegno abbia contribuito a creare tensioni all’interno del gruppo dirigente ed ovviamente, una probabile divergenza su come interpretare l’attività politica e organizzativa della Sezione.

Non bisogna dimenticare che in quegli anni il PCI era una partito di massa con diverse centinaia di iscritti, e fortemente impostato sul ruolo dell’organizzazione, aspetti che il Segretario del Partito non poteva sottovalutare. Il contatto con gli iscritti era molto importante, richiedeva tempo, capacità di ascolto  ed una continua relazione con la struttura territoriale del Partito sia a livello faentino che con la Federazione provinciale.

Aureliano, per come l’ho conosciuto, era più un “battitore libero” e meno uomo di struttura dell’organizzazione, prevalse poi il suo impegno nella Cooperativa che  pochi anni dopo si affermò come struttura imprenditoriale di grande livello con un mercato internazionale ed oltre 150 dipendenti.

L’inaugurazione nel 1976 della nuova sede della COMA (a fianco dell’attuale Conad) fu un fatto di grande rilievo politico ed economico e vide la presenza del Presidente della Regione, Aureliano allora era Assessore al Bilancio del Comune di Castel Bolognese nella prima giunta Gaglio e Presidente della Cooperativa.

Ricordo che nel Partito ci fu un po’ di tensione perché l’invito al Presidente della Regione avvenne direttamente dalla Cooperativa (come era giusto che fosse), senza coinvolgere Partito e Amministrazione, insomma ci fu qualche mal di pancia, ma fu una inaugurazione di grandissimo impatto sociale ed economico.

Giustamente Borzatta rivendicava un’autonomia del gruppo dirigente della Cooperativa dal Partito e dall’Amministrazione comunale, ma stiamo parlando di eventi accaduti 15 anni dopo il termine della sua esperienza di Segretario del PCI avvenuta nel 1961.

2) Che giudizio dai del suo ruolo nel partito castellano?

Esprimo un giudizio certamente positivo, il PCI di Castel Bolognese era rappresentato dalle personalità politiche di rilievo di Franco Gaglio e Aureliano Borzatta, due caratteri diversi, con due diverse visioni rispetto alla organizzazione del Partito, ma più uniti di quanto non apparisse all’esterno ed anche all’interno del Partito.

Quando erano allineati, e capitava spesso anche nella esperienza amministrativa, facevano la differenza perché erano entrambe persone con senso politico e visione.

Nei primi anni della Giunta Gaglio dal 1975 al 1978, Aureliano assessore al Bilancio ha contribuito a dare un senso alla nuova impostazione del governo locale.

Ho citato il 1978 perché con la introduzione della Legge Stammati cambiano molte cose nella gestione dei bilanci per i comuni e via via nella gestione delle relazioni all’interno della Giunta emergono visioni diverse, c’è qualche problema all’interno del Gruppo Consiliare, Francesco Marchi che era il Capogruppo si dimette anche per divergenza con la Federazione ed in cui ricopriva un incarico di direzione politica, pur rimanendo in Consiglio Comunale.

In quel ruolo subentro io che nel marzo del 1977 ero stato eletto Segretario del PCI , alla mia elezione avvenuta dopo un congresso abbastanza partecipato che tenemmo il 4 marzo nella sala dell’Auditorium Comunale, Borzatta non mi sostiene, ricordo il suo giudizio tagliente “un gnè eter” (non c’è altro), ma effettivamente non c’erano altri candidati.

Il rapporto tra noi resta comunque corretto e di confronto con la fatica che tocca al Segretario e Capogruppo per tenere unito il rapporto fra i componenti della Giunta, che allora vedeva in coalizione col PCI, anche la presenza del PSI, e poi nei rapporti all’interno del gruppo Consiliare.

Bisogna contestualizzare il periodo di cui stiamo parlando, allora tutto doveva passare dal Consiglio Comunale, a volte si tenevano delle sedute con anche 35/40 argomenti da affrontare, molte volte aspetti gestionali che oggi vengono risolti dalla decisioni adottate direttamente dai responsabili di servizio sulla base delle indicazioni del Consiglio Comunale e della Giunta. Allora tutti dovevano essere informati e tutti volevano sapere tutto, rallentando in un modo clamoroso il percorso delle decisioni e affaticando in modo notevole l’attività del Sindaco e della Giunta.

Telefonate e discussioni interminabili, che nella sostanza trovava condivisione, ma se uno era stato informato prima dell’altro, ecco che allora si presentavano le decisioni da assumere, con una proposta già fatta…. “non si fa così, c’è un gruppo che decide sugli altri, si presentano le decisioni a cose già fatte…ecc.”

Nella sua azione politica Aureliano era graffiante verso gli oppositori in Consiglio Comunale, sapeva essere polemico e arguto, mentre ne parlo lo vedo guardare i banchi dell’opposizione da sotto gli occhialini con sguardo ironico e che non lasciava spazio alla replica. Mi piaceva osservarlo e in questo spero di aver imparato qualcosa.

Nel Partito più ancora che nella Amministrazione emergevano, negli anni in cui ho vissuto pienamente il rapporto con Aureliano, delle posizioni diverse, a mio parere dovute al ruolo che Aureliano esercitava come dirigente della Cooperativa, oltre che ad una visione dell’organizzazione del Partito che lui non amava particolarmente.

Il PCI di Castel Bolognese non fu inizialmente favorevole al progetto politico del “Compromesso storico” lanciato da Berlinguer nel settembre del 1973, dopo i tragici fatti del Cile e l’uccisione di Salvator Allende a seguito del colpo di Stato, sostenuto dagli Stati Uniti.

Ci furono molti incontri della Direzione coi compagni della Federazione e soprattutto, ricordo un’assemblea degli iscritti in cui la quasi totalità del gruppo dirigente si espresse contro il Compromesso Storico, Aureliano ricordo bene, fece interventi fortemente critici. 

Gianni Mattioli, che allora faceva parte della Segreteria Provinciale della Federazione, li schiantò…. fece un intervento nel corso del quale argomentò la visione del progetto che Berlinguer aveva lanciato dalla pagine di “Rinascita”, la rivista del Partito, ma concluse con una affermazione in cui chiese la convocazione di una Direzione con la presenza della Federazione, perché i vari interventi aprivano il presupposto di un commissariamento della Sezione.

Secondo me aveva ragione lui, ma fui il solo a pensarlo e poi fui convocato da lui in Federazione perché ero componente della Segreteria Provinciale della Federazione Giovanile, ci furono altri incontri anche con discussioni accese, per arrivare a fare comprendere la grande portata innovativa che aveva il progetto che aveva lanciato Berlinguer e che due anni dopo ci condusse allo straordinario risultato delle elezioni del 15 giugno del 1975.

Quello che era accaduto nella assemblea segnò una svolta all’interno dei rapporti della sezione, contro le affermazioni di Mattioli si scatenò la reazione del gruppo dirigente locale, allora segretario era Francesco Marchi e assieme a lui Franco Gaglio e altri si attivarono verso la Segreteria della Federazione per mettere sotto accusa Gianni Mattioli, che era una figura di primo piano nel Partito, molte volte ruvido nei rapporti, una figura che ho molto apprezzato, ma era solido, solidissimo nella gestione della struttura organizzativa del Partito, pienamente sostenuto dal Segretario della Federazione che, se non ricordo male, era Lorenzo Sintini che per caratteristica personale e qualità di dirigente politico aveva un forte senso dell’organizzazione. 

Ho visto in quella occasione quello che era il PCI  anche per la capacità di dialogo anche a fronte di uno scontro ruvido come quello che a cui avevo assistito.

In quel caso Aureliano Borzatta aveva poi pienamente condiviso il percorso che, anche grazie agli interventi di Gianni Mattioli, ci aveva portato alle elezioni del 1975 ed alla costruzione di una lista che si dimostrò capace di tenere unito il gruppo dirigente e vincere le elezioni.

Emergevano posizioni diverse tra Aureliano e una parte del gruppo dirigente verso l’area extraparlamentare, lui sembrava attratto dalle critiche che il gruppo dei giovani fuoriusciti dalla Parrocchia rivolgevano al Partito Comunista, anche verso l’attività della Sezione che invece in quegli anni si stava aprendo anche alle relazioni con tanta parte della città. Il gruppo dirigente del PCI Castellano era più attento a quello che era avvenuto nel mondo della Parrocchia che rappresentava anche una spaccatura all’interno della DC, allora al Governo di Castel Bolognese e meno attento invece a quello che stava avvenendo ad esempio all’interno della FGCI di Castello che io e altri rappresentavamo.

Siamo nella fase congressuale ed in vista del Congresso della Sezione, il gruppo di Avanguardia Operaia chiede di potere intervenire all’assemblea, chiedendo in sostanza che il nostro Congresso diventasse una sorta di Assemblea pubblica, nei fatti controllata da loro. Ci fu un lungo confronto all’interno del gruppo dirigente e questa volta coinvolse anche i giovani della FGCI (davvero si era meno aperti verso i giovani che aderivano al partito rispetto a quelli che lo criticavano da fuori).

Si decise di leggere un loro documento in cui ponevano le loro posizioni, la loro linea, le loro condizioni al PCI , non fu quello che chiedevano, ma furono comunque in grado di condizionare il nostro dibattito. Aureliano fu molto favorevole a questa soluzione.

La sua ambiguità in questo caso era dovuta da una parte alla visione innovativa che aveva come dirigente di impresa e dall’altra una sorta di insofferenza rispetto all’Organizzazione del Partito. 

Detto questo però fu chiaro che la visione arrogante e la supponenza del gruppo che allora si ritrovava nelle posizioni di Avanguardia Operaia, portò al loro allontanamento da qualsiasi forma di dialogo da parte di tutto il gruppo dirigente del PCI.  

3) Ricordi il giudizio che davano di lui i compagni quando ha fatto il segretario (1956-1961)? Che tipo di leadership esercitava?

Da quello che ricordo e per come l’ho conosciuto io, Aureliano Borzatta, esercitava una leadership molto decisionista e personale, ho già fatto riferimento al ruolo che esercitava come socio fondatore della Cooperativa e questo lo ha certamente condizionato nel tempo che poteva dedicare alla attività di Partito e alle relazioni con agli iscritti e al mondo delle associazioni, un’attività che anche allora era molto importante. Aureliano veniva molto apprezzato per i suoi interventi e per la sua capacità polemica verso gli avversari.

Ricordo anche che fu molto colpito dalla morte improvvisa di Angelo Muccinelli, un carissimo amico dei miei genitori ed una figura che ricordo bene, la notte in cui morì Muccinelli fu preceduta da una riunione della Direzione del Partito in cui ci furono discussioni accese non so in merito a quali argomenti, ma si trattò di una perdita che ha lasciato poi un segno forte nel gruppo dirigente, composto da persone che si frequentavano anche nel tempo libero e spesso accadeva che si trovassero anche con le famiglie nel cortile di Palazzo Ginnasi e nel Circolo.

4) A Borzatta successe Nino Monti come segretario, poi nel 1968 Gaglio. Ricordi la ragione della sua sostituzione?

Penso si sia trattato di un normale avvicendamento, dovuto all’impegno professionale che sempre più coinvolgeva Aureliano, oltre che ad una esigenza organizzativa del Segretario che imponeva  una maggiore presenza rispetto a quella che lui poteva garantire. Nino Monti, che ricordo con grandissimo piacere, aveva una personalità più introversa, era l’uomo dell’Organizzazione che ha continuato a curare per molto tempo. Teneva i rapporti con Faenza e con la Federazione per la gestione delle Tessere: rappresentava di più la figura tipica del Funzionario di Partito, anche se non lo era formalmente. 

E’ stato molto legato a Franco Gaglio sul piano dell’amicizia personale ed è stato dipendente a lungo nella Cooperativa Coma, presieduta da Aureliano Borzatta.

Nel 1975, anche lui fu eletto in Consiglio Comunale ed è rimasto in Consiglio anche nel mandato successivo.

Nella fase di difficoltà della Copma (il nuovo nome che assunse la Coma), prima di arrivare al fallimento, ha ricoperto la carica di vice Presidente, affiancando l’allora giovane Presidente che, non per sua responsabilità, arrivò al fallimento della Cooperativa. 

In quella occasione Nino Monti, diede prova di impegno e serietà, lui che non era mai stato dirigente di quella Cooperativa, come si faceva nella “vecchia scuola”, si mise a disposizione e a servizio per il bene di quella comunità.

5) Che rapporti c’erano tra Borzatta e Gaglio?

Per me è indimenticabile la notte dell’ultimo dell’anno, credo del 1961, in cui andammo a festeggiare al Ciaika di Forlì, io ero coi miei genitori (unico bambino) assieme a Franco Gaglio, Aureliano Borzatta, il falegname repubblicano “Paviett” e le mogli; fu una festa bellissima, suonava l’orchestra Baiardi che conosceva bene il nostro gruppo e fu una “baracca”, una grande festa, di quelle memorabili (occorre tenere conto del periodo di cui stiamo parlando).

Inevitabilmente era un rapporto di amicizia, oltre che di collaborazione, pur fra persone con due caratteri e sensibilità personali diversi. In alcuni momenti non è stato facile gestire il rapporto fra loro per fraintendimenti, spesso dovuti al tempo che ognuno poteva dedicare in modo diverso all’impegno politico, specie nel ruolo pubblico che hanno entrambi ricoperto con dignità e onore e con un rigore morale encomiabile ed aggiungo, con un rispetto vero nei confronti degli avversari.

La formazione più burocratica di Gaglio lo portava alla preparazione dei percorsi decisionali anche a seguito di lunghi confronti personali che molte volte non potevano tenere conto invece degli impegni che Borzatta esercitava nel ruolo di dirigente di un’importante industria cooperativa.

6) L’affermazione della leadership di Gaglio fu accettata o subita da Aureliano?

Direi entrambe le cose… Ma dopo la sconfitta bruciante alle elezioni del 1970 in cui alle regionali (le prime elezioni in cui si votò per il Consiglio regionale), il PCI aveva riportato un’attribuzione di voti che, tradotti in seggi, lo avrebbe portato alla guida del Comune, mentre allo spoglio per l’elezione del Consiglio Comunale, il PCI perse molti voti (se non ricordo male 162 voti), per la divisione che si era palesata all’interno del suo gruppo dirigente.

Quel fatto fece comprendere che non si poteva continuare nelle divisioni e si riuscì nel 1975 a costruire un gruppo più coeso.

Emersero come ho scritto delle divisioni di metodo, di comportamento, più che di sostanza e si delinearono in modo preciso gli ambiti di interesse di ognuno.

L’incarico pubblico a tempo pieno da una parte che vide Gaglio alla guida di Castel Bolognese per 10 anni e la gestione di impresa dall’altra su cui è stato a lungo impegnato Aureliano Borzatta.

7) Nel partito castellano Borzatta rappresentava la sinistra? A livello nazionale chi erano i suoi riferimenti nel PCI?

Aureliano Borzatta è sempre stato indicato come l’ala sinistra del PCI, ma per me che l’ho osservato dal punto di vista interno, da uno che ha creduto nella Organizzazione, quella struttura che ha da sempre caratterizzato il Partito Comunista, esprimo una lettura diversa rispetto a collocare Aureliano che so, nell’area della sinistra di Pietro Ingrao che si oppose alla svolta della Bolognina di Occhetto.

Aureliano fu favorevole alla svolta, non fu certamente attratto dal miraggio della Unione Sovietica, se dovessi collocarlo in una area politica lo vedo più nell’area riformista del Partito, quella parte più aperta al mercato, anche per il ruolo manageriale che ha svolto.

Era molto critico sulla organizzazione che appesantiva e anche poteva dare l’impressione di soffocare il dibattito, ma quando ne aveva bisogno sapeva che doveva affrontare il rapporto con il Segretario Comunale, con la Federazione o la struttura dirigente del Partito, chiamandola impropriamente come è capitato in una fase della sua esperienza alla guida della Cooperativa ad assumere ruoli decisionali che non poteva e non doveva avere. 

Il suo ruolo di ricerca di un dialogo con i giovani usciti dalla Parrocchia in un primo tempo e poi con l’area di Alternativa per Castello, verso cui è stato sempre molto critico, è stato spesso inteso come l’appartenenza all’ala sinistra del PCI e certamente Aureliano era un uomo di sinistra, ma per i contenuti della sua azione molto più affine alla posizioni dei riformisti che nel PCI si ritrovavano sulle posizioni di Giorgio Napolitano.   

Di certo, mi sento di dire, è stato un uomo libero nella sua adesione ideale al Partito e non ha mai aderito in modo organico a nessuna “corrente”.

Una delle ultime foto di Aureliano Borzatta, tratta dalla lapide della sua sepoltura nel cimitero di Castel Bolognese
Dopo il 6 novembre. Situazione e prospettive e A proposito di illegibilità. Democratici a parole, in “La torre”, n. 7-8, novembre dicembre 196
Dopo il 6 novembre. Situazione e prospettive e A proposito di illegibilità. Democratici a parole, in “La torre”, n. 7-8, novembre dicembre 1960 (continuazione dei due articoli)

1 Cfr. R.SUZZI, Alcune riflessioni sulla sinistra castellana nel dopoguerra (1945-1956), in AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI CASTELBOLOGNESE, Associazioni e personaggi nella storia di Castelbolognese, Imola, Grafiche Galeati, 1980, pp. 31-37.

2 Cfr. T. GRANDI, Il servizio di Pronto Soccorso a Castelbolognese 1944-1945, Castel Bolognese, 20/7/1979, p. 40. Scrive Tristano Grandi: “Il 17 gennaio 1945 vennero ritirati i documenti ed il bracciale ai nove ex portaferiti dimissionari ossia a: Borzatta Aureliano, Borzatta Bruno, Guidi Torquato, Liverani Mario, Manna Luigi, Poggi Bartolomeo, Poggi Mario, Scardovi Giovanni, Serantoni Lidio”.

3 Cfr. P. GRANDI, Fatti, tipi e personaggi della Castel Bolognese del novecento: personaggi tipici, Quaderni per la storia di Castel Bolognese. Persone, a cura dell’Amministrazione Comunale, 2022, pp. 58-60.

4 Jader Dardi condivide questa valutazione del PCI fatta da Borzatta e sostiene che soltanto in occasione della lotta per difendere la legge sul divorzio cominciò ad emergere nel partito un atteggiamento più aperto verso i diritti civili e meno moralista anche a Castel Bolognese.

5 A. BORZATTA, Commento sui fatti di Ungheria, in “La torre”, n.10, ottobre 1956.

6 Su questa vicenda esiste una documentazione nel Fondo Pietro Costa, conservato presso la Biblioteca “Luigi Dal Pane” di Castel Bolognese.

7 Sulla gestione di palazzo Ginnasi, sede del PCI, si veda anche quanto scritto da Jader Dardi nell’intervista sui comunisti castellani, pubblicato nella sezione Cronache castellane del sito dell’Associazione Pietro Costa di Castel Bolognese.

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